______________________
|
Intervista
all'illustratore Gianluca Garofalo
di
Carla Castagno
____________________________________________________________________________________
Ho
"incontrato" virtualmente Gianluca in un forum di illustrazione.
Ma è stato solo dopo un po' di tempo e molte chiacchiere che
ho scoperto i suoi lavori. E il mio primo pensiero è stato: se
il suo nome non è ancora nell'Olimpo degli illustratori lo sarà
molto presto!
E allora perchè non assicurarmi immediatamente un'intervista
per il mio sito?
-
Leggo nella tua biografia che volevi diventare veterinario: cosa ti
ha portato poi verso l'illustrazione?
Il
fatto che della veterinaria di un tempo, quella fatta da medici di campagna
che girano con la borsa sotto il braccio, non è rimasto quasi
nulla. L’idea di vedermi arrampicato sopra un trespolo per timbrare
quarti di bue, mi atterriva.
Mi sono iscritto a veterinaria con uno spirito troppo “romantico”.
Degli animali preferisco illustrarne l’anima, che curarne i malanni.
E’ vero.
-
Perchè volgersi verso il campo dell'illustrazione e non verso
l'arte in senso stretto?
Perchè
non faccio differenza tra le due cose.
Dipingo. Progetto oggetti di design. Illustro. Puoi vedere qualcosa
sul mio sito www.gianlucagarofalo.com
Non credo in un’arte slegata da una funzione pratica. L’arte
fine a se stessa è un retaggio accademico di un’altra epoca.
L’arte dei nostri tempi non può più prescindere
da un’idea di riproducibilità. Ma se ci si pensa bene,
l’arte è sempre stata un linguaggio pratico, prima che
“teorico”. Pensando alle cattedrali medievali, gli affreschi
illustravano delle storie per rendere comprensibile, a tutti, le verità
della religione. E ancora, in altre epoche, l’arte è stata
rappresentazione del potere, racconto delle tecniche di caccia, rituale
propiziatorio, pratica religiosa. Un legame stretto la univa alla quotidianità.
Parlando di illustrazione, il fatto che a volte si rivolga a dei bambini,
a mio avviso, la rende nobile più che se esprimesse chissà
quali sublimi concetti.
Non credo nell’arte elitaria. Preferisco che sia comprensibile.
Dipingo per me stesso, per divertimento, per staccare un attimo il cervello
dalla necessità della “figurazione”.
Se poi ci si volesse soffermare sul significato della parola “arte”,
direi che si tratta di uno stato illuminato dell’essere, più
che altro. La massima espressione dell’essere umano.
-
Ci racconti il tuo primo lavoro come illustratore?
Si
tratta di un libro illustrato per la Siphano Picture Books: “Three
wishes Master Dog”.
L’editrice, una certa Beky Bloom, era un architetto che aveva
messo in piedi questa casa editrice insieme al marito. Loro e i due
figli, parlavano una lingua ibrida tra il francese, l’americano
e il greco. Fantastico. Come cominciavi a capirci qualcosa, ti rimescolava
le carte in tavola.
La conobbi alla fiera del libro di Bologna. Mi chiese di riarrangiare
e illustrare una sua bozza di storia. Una rivisitazione della lampada
di Aladino, con un cane a fare la parte di Aladino, appunto, e un genio
di nove anni a sbucare da una bottiglia. Andai fino ad Atene per disegnare
lo story-board, ospite a casa di Beky.
L’appartamento era affianco a quello dove Le Corbusier stilò
la famosa carta di Atene. Aveva una magnifica vista sull’acropoli,
se non ci fosse stato l’angolo di un palazzo tirato su a trenta
centimetri dalla ringhiera del balcone. Bizze urbanistiche.
Ero felice quanto ingenuo e inesperto. Tutto andò per il meglio.
Terminai le illustrazioni e fui pagato come previsto. Il libro fu tradotto
in dodici lingue.
La cosa veramente rilevante è che compresi cosa significasse
essere un illustratore e la faccenda mi piacque non poco.
A distanza di tempo, ovviamente, rifarei tutto diversamente.
- Hai una musa ispiratrice? Qualcosa che segna le tue opere in modo
particolare?
No.
Mia moglie ha cambiato il mio rapporto con l’illustrazione semplicemente
rendendomi felice. Se vuoi può essere considerata una musa nel
suo agire “sanatorio” nella mia vita.
-
Quali tecniche preferisci?
Sono a mio agio
con l’acquarello e lo adoro per determinate cose. Per altre preferisco
l’acrilico. Sono affascinato dall’incisione anche perchè
posso avere più copie della stessa illustrazione. In realtà
non ho una preferenza. Tutto dipende da cosa devo tirare fuori. È
raro che io usi una tecnica “in purezza”. Preferisco sperimentare,
mischiare e, perchè no, rischiare anche di buttare la tavola
per ricominciare daccapo.
Credo che gli schemi e le rigidità delle tecniche non siano un
virtuosismo ma, al contrario, un passaggio legato all’apprendimento
delle stesse. Un fatto scolastico, per capirci. Una volta padroni della
tecnica è necessario superarla, ibridarla, innestarla, per ottenere
risultati nuovi, personali e, soprattutto, utili.
-
Da cosa cominci quando un cliente ti commissiona un lavoro? Come ti
organizzi?
L’organizzazione
mi appartiene poco.
Comincio cercando di capire cosa desidera il committente e, soprattutto,
se sono in grado di accontentarlo. Cerco di stabilire un rapporto piacevole.
Se non sono a mio agio non esito a rifiutare l’incarico. Non per
snobismo, ma per praticità. In un clima teso è dannoso
per entrambi andare avanti. Ma questa non è una regola, forse
un’intenzione.
Poi comincio con lo studio dei personaggi. Chiedo l’approvazione.
Successivamente mi concentro sulle dinamiche che le illustrazioni devono
tenere in considerazione. Se del caso procedo con uno story-board. Da
questo punto scatta la frenesia di passare ai definitivi. Raramente
ci riesco. Normalmente mi si richiedono delle matite. Accetto di buon
grado.
Nel frattempo rassicuro il committente che tutto è rivedibile
e modificabile. Fa parte del lavoro.
Questo è quanto.
-
Hai ottenuto la copertina dell'Annual della Fiera del Libro per ragazzi
di Bologna, un meta ambita per molti illustratori. L'esser stato scelto
cosa ha portato in più al tuo lavoro?
La copertina dell’annual
equivale ad una laurea. Questo è quello che penso. Quando ti
presenti è come se dicessi. “buonasera, sono il dott. Garofalo.”
Niente di meno e niente di più. Certo non hanno fatto la fila
sotto casa per offrirmi contratti miliardari, ne è bastata la
copertina per lavorare. Nel nostro mestiere devi dimostrare la tua professionalità
in ogni tratto che metti sul foglio. Nessuno pubblica un illustratore
che non soddisfi appieno la propria linea editoriale.
-
Qual'è la cosa più difficile per un illustratore oggi
secondo te?
Non saprei risponderti...
Più difficile?
Ci sono! Diventare ricco!
Sempre ammesso che questo interessi. Nel mio caso no. Sono fortunato.
Faccio il mestirere più bello che conosca. Guadagno quel tanto
che basta.
Se avessi dovuto timbrare un cartellino ogni giorno sarebbe risultato
difficile lo stesso atto di vivere.
Al tempo stesso, tutto è difficile. Illustrare è difficile.
Usare le tecniche è difficile.
Credo che sia il concetto stesso di difficoltà ad essere troppo
relativo.
Per quanto riguarda i giovani, le persone all’inizio, non ancora
pubblicate, che desiderano intraprendere una carriera da illustratore,
credo che la difficoltà maggiore sia mentale. Avere coscienza
della realtà delle cose può essere un vero e proprio scoglio
da superare.
Lo scoglio più grande, poi, credo che sia la frenetica ricerca
di uno “stile”. “Il mio stile”... “sono
alla ricerca di uno stile personale”... rischiando di essere impopolare,
devo dire quello che penso e, a mio avviso, queste sono stupidaggini.
Nulla di più. Il tuo modo di parlare, di esprimerti, di comunicare,
ce lo hai dentro. Fa parte di te come il modo di gesticolare, di parlare.
Se ne cerchi uno in particolare, se non sei te stesso fino in fondo,
sei artefatto, costruito, falso.
È la conoscenza e la padronanza del mezzo che porta alla libertà
di nutrire il proprio linguaggio, che si parli di pittura, di musica
o di illustrazione. Conoscendo bene la lingua e la sua grammatica si
può parlare di tutto. Se si fanno errori di ortografia, se si
sbagliano le doppie, se si ha un vocabolario limitato, c’è
il rischio di non essere comprensibili.
La mia attività è tutta concentrata in questo principio:
affinare quanto più possibile i mezzi che ho a disposizione e
cercarne sempre di nuovi.
Difficile? Forse. Divertentissimo, però.
-
Progetti per il futuro?
Continuare il mio lavoro, magari in collaborazione con altri illustratori,
crescere mio figlio e aprire una casa editrice.

Intervista
realizzata il 24 marzo 2006
Per segnalazioni:
|
_____________________
|